martedì 20 ottobre 2009


Dopo essere stato in procinto di cancellare il blog, come esperimento vorrei postare solo articoli altamente selezionati, o scritti di pugno da me, sull'emergenza nazionale che l'Italia stà vivendo in questo cupo periodo della sua storia.
La cosa peggiore è l'indifferenza dei molti e la poca incisività di altri, il tutto condito con un'informazione non solo pessima, ma molte volte completamente errata, atta a fuorviare il pensiero della popolazione.
Questo ragionamento mi collega immediatamente al motivo dell'apertura della altro mio blog Attentialweb. Se da una parte internet è una via privilegiata nella diffusione del sapere, dall'altra è il miglior sistema per non fare nulla di veramente concreto. stiamo tutti qui davanti a questo monitor come stupide statuine a dire: "si si è vero"..o "questo è un coglione!"...ma alla fine tutto rimane come prima, anzi peggio, chi ha il potere in mano lo ha esercitato ed è già oltre!
Bisogna aprire le menti e poi agire di conseguenza. Le centrali nucleari nella nostra bella Italia, servono solo ed unicamente ha chi ha grossi interessi in campo e a chi vuole mantenere il potere sulla popolazione monopolizzando la cosa più preziosa di questo mondo: l'energia. Così è da anni con le multi nazionali del petrolio, ora quelle del nucleare.
Stesso discorso per gli organismi geneticamente modificati; servono solo a chi li produce e per gli stessi motivi del nucleare: Soldi e potere.
Svegliatevi o sarà la fine!!!

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lunedì 27 luglio 2009

Nucleare, un grosso passo indietro


Leggo sui giornali “L’Italia ritorna al nucleare” ed è quasi istintivo cercare nella libreria i canti di Leopardi e sfogliarli per ritrovare “La ginestra”.
Sconfortato dalla contemporaneità vado a cercare conforto in quella grande personalità a cavallo tra i lumi e il romanticismo. Lo sterminator Monte Vesevo, ove “dipinte in queste rive/son dell’umane genti/ le magnifiche sorti e progressive/Qui mira e qui ti specchia/secol superbo e sciocco (…)”. Poesia del 1836, ma è come se fosse oggi.
Carlo Rubbia, che sicuramente sa infinitamente più di me intorno alle questioni riguardanti l’energia nucleare, ritiene un errore strategico investire oggi sulle centrali nucleari.
Per quel che ho letto (ma le mie fonti possono essere parziali o fallaci) l’energia atomica è in via di dismissione in tutte le economie più avanzate. Vi è un problema non risolto di sicurezza , l’uranio è un bene sempre più scarso, le scorie costituiscono un problema non risolto, il decomissioning (lo smantellamento) delle centrali, la cui vita è di qualche decina d’anni, è un costo quasi incalcolabile. Ma l’ottimo Scaiola ci rassicura: il futuro energetico dell’Italia è nel nucleare.
Personalmente mi ritengo un ambientalista di quelli che ragionano, che non dicono no per partito preso. Nel caso del ritorno all’energia atomica, per quelle che sono le mie conoscenze, mi pare semplicemente che stiamo correndo appresso a una chimera. Nei paesi più avanzati non si costruiscono nuove centrali nucleari da vent’anni. Lo si fa in Corea del Nord od in Iran, dove serve per sviluppare armamenti atomici.
Senza furore ideologico, ma sulla base dei parametri del buon senso , tornare a sviluppare in Italia la produzione di energia nucleare è, a mio parere, una pura e semplice follia, una scelta da contrastare senza se e senza ma per la sua carica di assurdità, che ci isola , peraltro, dalle strategie energetiche dei paese avanzati. Il nucleare non è green economy: non basta infatti consultare i tassi di emissione di CO2 per determinare che cosa sia bene e che cosa no. Il nucleare è una scelta che ci riporta indietro.
Con l’approvazione da parte del Parlamento della legge 69/09 il governo ha sei mesi per individuare la caratterizzazione dei siti ove costruire le centrali nucleari italiane. E’ chiaro che Montalto di Castro è in prima linea: sono mesi che si effettuano sopralluoghi per verificarne la fattibilità. Ma non solo: già anni fa, prima che scoppiasse il caso di Scanzano Jonico, l’area tra Canino e Ischia di Castro, a ridosso quindi di Montalto e delle possibile centrale, era stato individuato come uno dei possibili siti per la realizzazione del deposito unico nazionale per lo stoccaggio delle scorie nucleari. A questo proposito è interessante consultare le cartine della densità demografica in Italia: quella è una delle aree meno popolate del Paese.
Ma poiché Montalto di Castro (per la centrale) e Ischia/Canino (per il deposito unico nazionale delle scorie) sono parte della Tuscia, credo che si sia chiamati in prima persona a dire quel che si pensa, Regione Lazio , Provincia di Viterbo, comuni, partiti, associazioni, cittadini, di fronte ad una scelta che si vuole imporre con l’Esercito (quel che è previsto dalla legge, venendo dichiarati i siti di interesse strategico nazionale).
Una mobilitazione delle popolazioni dei nostri territori è inevitabile e indispensabile. Perché il secol nostro non sia “superbo e sciocco”, ma umile e intelligente, faremmo bene a dire di no, rapidamente, con forza, con fermezza.
Valerio De Nardo
(fonte:www.www.tusciaweb.it)
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giovedì 23 luglio 2009

INCHIESTA NUCLEARE: COSTI DI SMALTIMENTO DELLE SCORIE


di Piero Pelizzaro*
Abbiamo visto, negli articoli precedenti, come i costi del nucleare vengono manipolati dai ‘PRO’, per convincere la popolazione ad accettare il rischio di incidenti in nome del risparmio economico. Le sorprese non si limitano ai costi iniziali e alle spese di gestione, anche per lo smaltimento delle scorie e per la completa disattivazione delle centrali ci sono dei lati oscuri che il nostro governo deliberatamente omette.

I costi di smaltimento comprendono tutti i costi per lo smaltimento delle scorie radioattive d’esercizio e degli elementi combustibili esausti dopo la messa fuori servizio di una centrale nucleare. Particolarmente onerosi in termini economici e di emissioni, i costi di trasporto e smaltimento delle scorie radioattive d’esercizio oltre che al trasporto, alla rielaborazione e allo smaltimento degli elementi combustibili esausti. I depositi di queste scorie devono essere osservati per 50 anni, in strati geologici profondi; le cifre e le emissioni di CO2 aumentano ancor di più con la fase progettuale e di costruzione, oltre che d’esercizio, degli impianti di smaltimento. Per il periodo di smaltimento vengono nuovamente stipulate assicurazioni per il rischio di incidenti, terreno fertile per le agenzie del credito.

I costi di disattivazione sono invece tutti i costi, derivanti dalla disattivazione di impianti nucleari. Per la decotanimanazione del territorio e dei materiali smantellati durante le operazioni, ed il loro trasporto ai depositi richiederanno nuove assicurazioni e centinaia di milioni di €. Nel calcolo dei costi non si possono come in precedenza tralasciare i costi che si devono sostenere per l’aumento della CO2.

Se per i costi iniziali e i costi di gestione avevamo visto il vantaggio che il nucleare possiede nell’accesso a prestiti agevolati, nel caso delle spese ‘finali’ e di sicurezza si utilizzano ingenti finanziamenti internazionali. Per i paesi membri dell’UE, esistono i fondi concessi ai governi dalla Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), che amministra il Nuclear Safety Account, e gli stanziamenti per i programmi Phare e Tacis, quest’ultimo creato per i dell’ex-area sovietica. Non vanno dimenticati i prestiti Euratom, esistenti dall’era primordiale delle istituzioni comunitarie. Nuovamente interventi pubblici in un mercato energetico liberalizzato dove gli unici attori dovrebbero essere le aziende private. Difatti le normali procedure prevedono che le centrali nucleari, durante la loro attività, accantonino parte dei guadagni per provvedere alle spese di smantellamento. L’esperienza degli anni passati insegna tuttavia che non sempre le società rendono disponibili i fondi accumulati, lasciando alla collettività l’onere non indifferente di provvedere. Questo anche per i continui errori fatte per le previsioni di dismissione delle centrali, riviste sempre al rialzo. Le società private per per portare a termine lo smaltimento e la disattivazione richiedono, dopo le voci in bolletta, nuovi finanziamenti pubblici per sopperire alla mancanza di capitali. Ancora una volta i costi ricadono sui cittadini, che devono sopperire agli errori e alle menzogne degli attori privati ed istituzionali del mercato, come nel caso italiano della Sogin. A seguito della vittoria referendaria, il compito di smaltire le scorie e la decontaminazione degli impianti ialiani, furono affidati prima all’Enel, poi alla società statale Sogin (società gestione impianti nucleari Spa), ad oggi ancora finanziata con un contributo versato in bolletta Enel da tutti gli italiani. Si è calcolato che dal 1987 al 2001 sono stati spesi oltre 2 miliardi di € per la sicurezza delle centrali nucleari italiane. In base ai dati diffusi dalla Sogin, alla fine del 2006 era stato già speso il 18% in più rispetto al costo preventivato di 4,3 miliardi di euro. Un dato particolatmente preoccupante se consideriamo che lo smaltimento, dopo vent’anni, è appena agli inizi: le scorie sono in fase di trattamento tutt’oggi, e continueremo a pagarle per altre trent’anni. I costi per l’ambiente diventano tuttavia incalcolabili in quanto prima che i rifiuti diventino completamente innocui, vanno posti in sicurezza per almeno cento mila anni, il tempo necessario per il decadimento radioattivo.

Ad oggi abbiamo diversi depositi “provvisori” sparsi per tutta Italia. Secondo i dati diffusi da Greenpeace, a Caorso si trovano 1880 metri cubi di rifiuti radioattivi e 187 tonnellate di combustibile irraggiato, a Latina vi sono stoccati circa 900 metri cubi di scorie radioattive, al Garigliano ne sono stoccate circa 2200 metri cubi, a Saluggia abbiamo oltre 1600 metri cubi di rifiuti radioattivi e 80 tonnellate di combustibile irraggiato. A Rotondella, (in provincia di Matera) sono stoccati circa 2700 metri cubi di scorie e soprattutto quasi due tonnellate di combustibile irraggiato provenienti da una centrale nucleare statunitense. A Bosco Marengo (Alessandria) sono stoccati circa 250 metri cubi di rifiuti radioattivi, mentre sono più di 6300 i metri cubi di rifiuti al deposito della Casaccia, in provincia di Roma. Ci sono 1000 metri cubi di scorie radioattive in provincia di Taranto, mentre a Trino Vercellese troviamo 780 metri cubi di rifiuti e 14 tonnellate di combustibile irraggiato, infine sono depositati 3000 metri cubi di materiale radioattivo ed alcune decine di elementi di combustibile irraggiato a Varese. Resta ancora però totalmente indeterminato il destino delle 253 tonnellate di scorie in corso di trattamento in Francia (costo 1.000 €/kg), che dovranno inderogabilmente tornare nel nostro paese entro il 2025.

Con l’approvazione del DDL Sicurezza-Nucleare, si aggiungono quindi altri costi di smaltimento: per la costruzione dei quattro nuovi reattori nucleari voluti da Berlusconi, che costeranno all’Italia 24 miliardi di euro, si prevedono circa altri 6 miliaridi di € solamente per il deposito delle scorie. Ulteriori capitali che lo Stato del “Re Nano” dovrà ingegnarsi di trovare, magari creando qualche altra nuova tassa occulta.
*Sinistra e Libertà - Unire la Sinistra
(fonte:www.sinistraeliberta.it)
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martedì 21 luglio 2009

Ogm e agricoltura, connubio impossibile


La diffusione degli organismi geneticamente modificati appartiene ad un modello di produzione agricola antitetico rispetto a quello italiano. E’ quanto ribadito dalla Coldiretti in occasione dell’Audizione al Senato del 2 luglio scorso, avente come oggetto un indagine conoscitiva sugli Ogm.

L’agricoltura italiana, infatti, non ha nulla da guadagnare dall’introduzione del, transgenico perché coltivare questo tipo di piante significa mettersi in concorrenza con forme di agricoltura diverse, caratterizzate da aziende agricole di grandi dimensioni, connotate da costi di produzione bassi, nessuna limitazione nell’uso di concimi e di antiparassitari, uso di manodopera a basso costo ed assenza di tutele sociali.

Il modello produttivo che va associato agli Ogm, infatti, non può conciliarsi con la qualità delle produzioni, né si raccorda con lo sviluppo sostenibile e tantomeno è orientato a preservare l’identità culturale, economica, sociale e professionale di un territorio.

Con ogni probabilità, gli unici in grado di guadagnare dalle applicazioni Ogm sarebbero i produttori di beni alimentari di scarsa qualità e ottenuti a basso costo, produzioni con cui la nostra agricoltura non può competere sul mercato globale, avendo preferito, da tempo, una strategia di competitività basata sulla qualità.
E, per il momento, il consumatore ha deciso che l’alimento di qualità non è certo quello transgenico.

Il mercato ha già bocciato gli Ogm, giudicandoli come il prodotto di una tecnologia inaffidabile, pericolosa per l’ambiente e la salute, oltre che diseconomica, se non per chi ne detiene i brevetti.
E’ chiaro, infatti, come il consumatore non abbia ottenuto finora alcun vantaggio dagli Ogm, in quanto ai fini nutrizionali questi non comportano nessun beneficio rispetto a quelli non modificati.

Anzi, la perdita di variabilità qualitativa determina una modificazione e una omologazione dei gusti del consumatore, che rischia di non essere più in grado di distinguere i sapori tradizionali dai sapori tecnologici (ad ulteriore dimostrazione della chiara tendenza del consumatore europeo va segnalata, ad esempio, l’ostinazione delle imprese cinesi a vendere i pomodori in Europa dichiararandoli a tutti gli effetti liberi da Ogm).

Nella partita Ogm, come in numerose altre, gli interessi dei produttori vengono a coincidere, quindi, con quelli dei consumatori e appare necessario consolidare una alleanza che rappresenti un forte momento di confronto e di incontro per garantire una alimentazione sana, territoriale e di qualità.

E’ infatti fin troppo evidente che il modello produttivo cui appare orientato l’impiego di Ogm sia il grande nemico della tipicità e il grande alleato dell’omologazione.
La più importante considerazione in questo senso riguarda, pertanto, gli effetti riconducili all’impiego degli Ogm nella politica di valorizzazione del made in Italy agroalimentare. Gli Ogm, infatti, svincolano gli alimenti dalle condizioni ambientali e, quindi, di fatto, spingono alla delocalizzazione e alla perdita di ogni legame con il territorio.

Da queste considerazioni emergono allora alcuni legittimi interrogativi: per quale motivo il nostro Paese dovrebbe aprire al transgenico se il consumatore non lo vuole? Perché la nostra agricoltura dovrebbe abbandonare una strategia sicura, basata sulla qualità, sulla tracciabilità e sulla sicurezza alimentare, per far posto a una produzione anonima e indifferenziata? Perché mai, in un’ottica di sicurezza alimentare, dovremmo adattarci a coltivare prodotti non ancora sicuri per la salute umana e per l’ambiente? In sostanza, perché dunque dovremmo rinunciare a produrre ciò che il mercato più apprezza e più ricerca?

L’audizione di Coldiretti al Senato si è conclusa con l’auspicio che la strategia nazionale sul tema della coesistenza tra le forme di agricoltura transgenica, convenzionale e biologica esca dall’impasse attuale. Infatti, come sottolineato più volte anche dalla stessa Commissione europea (nella Comunicazione 153 del 2 aprile 2009), la normativa sulla coesistenza è ancora tutt’altro che definita.

A ciò si aggiunga che sulle “Linee Guida per le normative regionali di coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate” approvate nel 2007 dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome non è stata ancora raggiunta l’intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni.

E’ opinione di Coldiretti che, al fine di poter assicurare la effettiva coesistenza, queste linee guida vadano al più presto definite escludendo il rischio di qualsiasi contaminazione e prevedendo la messa a punto di misure da applicare ad una scala riferibile ad ambiti geografici particolari e, cioè, aree agricole omogenee, da individuarsi su base regionale.

Non può, infatti, esservi vera coesistenza, né può essere garantito che nessuna forma di agricoltura sia esclusa dal territorio, se alle Regioni non venga data facoltà di adottare tutte le misure che ritengono necessarie, fino a dichiarare l’intero territorio libero da Ogm. Solo così, tra l’altro, è possibile assicurare il rispetto del diritto di scelta del consumatore.
f.r.
(fonte:www.savonanews.it)
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lunedì 20 luglio 2009

OGM: Ma chi lo vuole un Gelato che non si scioglie?


Chi è disposto a mangiare qualche cosa di cui non conosce gli effetti collaterali? Chi rinuncierebbe alla genuinità degli ingredienti, alla tradizione della gelateria artigianale? Chi è pronto a rinunciare alla propria sicurezza alimentare in cambio di una assurda comodità, perdendo il gusto della tradizionale leccata perché il gelato non goccioli? Ma chi vuole un gelato OGM?

Questi gli interrogativi che da ieri stanno assillando i gelatieri di Confartigianato Marca Trevigiana che da anni stanno conducendo una campagna di promozione e sensibilizzazione della popolazione al consumo del vero gelato artigianale, quello fatto con latte, uova,. zucchero, frutta e ingredienti genuini provenienti dal territorio di assoluta qualità.
L'allarme parte dalla decisione della Commissione Europea che ha dato il via libera alla produzione del gelato che non si scioglie.
Tutto scaturisce dalla richiesta della multinazionale Unilever, che controlla il 40% del mercato del gelato in Italia, di introdurre tra gli ingredienti che si possono utilizzare per prepare il gelato, una proteina ricavata partendo dal merluzzo artico e riprodotta in laboratorio mediante la fermentazione di un lievito geneticamente modificato, che consente al prodotto di resistere alle elevate temperature senza sciogliersi.
Dalla prossima estate il rischio che corrono gli amanti del gelato è quello di consumare un gelato sintetico, che di sicuro perderà la caratteristica dell'artigianalità.
Questa decisione sembra andare contro la tendenza che in questi anni ha visto aumentare il consumo consapevole da parte del pubblico di gelato artigianale, con una riscoperta per i gusti classici ottenuti partendo da materie prime di provenienza certa e di elevata qualità senza aggiunta di additivi o di conservanti artificiali.
Il consumatore fortunatamente ha sviluppato un'attenzione alla propria sicurezza alimentare ricercando prodotti che gli possano dare delle certezze in merito alla genuinità di ciò che sta consumando.
Solo la tradizione alimentare artigiana è in grado di dare risposte certe a queste richieste garantendo un prodotto dall'etichetta trasparente rigorosamente NO OGM.
L'invito che la categoria rivolge a tutti gli amanti del vero gelato, è quello di controllare con attenzione gli ingredienti di ciò che stanno per acquistare, rifiutando quei prodottio che adotteranno questa proteina Isp.
di Giuseppe Zamparo, presidente dei gelatieri di Confartigianato Marca Trevigiana

Il settore delle gelaterie artigiane è in buona salute.
Le gelaterie artigiane, nel 2008, erano oltre 35.300 con 90.300 addetti circa. Realizzano il 56% della produzione nazionale, con un fatturato annuo di 3 miliardi di euro.
Tra il IV trimestre 2004 e il IV trimestre 2008, le gelaterie artigiane in Italia sono aumentate di 2.884 unità (+8,8%), con un picco nel Lazio dove sono cresciute di 330 unità (+12,4%).
Per quanto riguarda gli addetti delle gelaterie, in Italia sono aumentati 7.547 unità (+9,1%), mentre nel Lazio l'aumento è stato di 847 unità (+13%).
A sorpresa sono le regioni del Nord a detenere il record della presenza di gelaterie: la regione con la maggiore diffusione è la Lombardia (con 5.848 imprese), seguita dal Veneto (3.441 imprese) e dall'Emilia Romagna (3.201 imprese). In provincie di Treviso si contano oltre 200 imprese dedite esclusivamente all'attività di produzione di gelato artigianale che contano circa 500 addetti.
Mentre al Centro-Nord se ne acquista un po' tutto l'anno - con maggiori consumi in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna - al Sud si preferisce gustarlo soprattutto in estate.
Quanto ai consumi, le famiglie italiane spendono in un anno 1,8 miliardi di € in gelati, di cui 948,9 milioni in gelati artigianali, pari a 79 euro per famiglia.
Oltre la metà dei consumi di gelati (53,5%) si concentra nel Nord: il 31,9% del consumo è determinato da famiglie del Nord Ovest e il 21,6% da famiglie del Nord Est. Al Mezzogiorno appartiene il 28,3% dei consumi e nel Centro troviamo il rimanente 18,1%.
I dati confermano che il gelato non è più solamente un piacere estivo. Per oltre il 40% degli italiani il gelato si è confermato in tutte le stagioni, un ottimo sostituto del pasto principale.La tendenza emerge da un sondaggio realizzato su un campione di 900 gelaterie italiane. Per il restante 60% dei consumatori il gelato rimane un elemento di gratificazione gustato soprattutto nel pomeriggio e anche a cena.
Per quanto riguarda i gusti gli italiani rimangono fedeli alle miscele classiche. Sono affezionati ai gusti semplici come: crema, cioccolato, nocciola, fragola, e sono sempre più attenti a soddisfare particolari esigenze dietetiche o legate a intolleranze alimentari.
(fonte:www.viniesapori.net)
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giovedì 16 luglio 2009

centrali nucleari realizzate in siti militari


Nucleare, Regioni in rivolta Dal governo un piano militare
di Simone Collini
Il nucleare sarà pure a scopo civile, ma le nuove centrali saranno realizzate in siti militari. E del resto il governo non potrebbe fare altrimenti, visto che praticamente tutte le Regioni italiane hanno già fatto sapere che non intendono ospitare un reattore.
Così, quattro giorni dopo che il Senato ha approvato definitivamente la legge che riapre al nucleare, da un lato il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si affretta a dire che «sono prematuri i tempi per ipotizzare i siti» dove verranno costruite le centrali, e «prematuri» rimarranno fino alle regionali del 2010, per evidenti motivi. Dall’altro, di fronte al "niet" di governatori sia di centrosinistra che di centrodestra, il governo sta lavorando per sottrarre i siti che verranno scelti al controllo non solo delle Autonomie locali, ma anche di Parlamento e magistratura.

IL NO DELLE REGIONI
Solo così il governo può riuscire a imporre la politica del ritorno al nucleare. Il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola sostiene che oggi molti enti locali sono pronti ad accogliere centrali sul loro territorio, ma chi siano questi fantomatici volontari è un mistero che dura da un bel po’ di tempo. Si sa invece che il governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani, che ricopre anche il ruolo di presidente della Conferenza delle regioni, critica duramente il governo perché «ha imboccato una strada sbagliata e procede in modo unilaterale».

Posizione analoga per Mercedes Bresso, Piemonte: «Si tratta di un errore da ogni punto di vista, strategico, economico, della sicurezza». Due no che pesano doppiamente, visto che tra le ipotesi su cui sta ragionando il governo per risolvere in un colpo solo sia il problema delle autorizzazioni che quello dello smantellamento dei vecchi impianti, c’è quella di installare i nuovi reattori proprio nei siti delle centrali che dopo il referendum dell’87 sono state lasciate a girare a basso regime, a cominciare da Caorso (che si trova nella prima regione) e Trino Vercellese (seconda). Ma pesanti no arrivano anche dalla Toscana («contrarissimo» si dice Claudio Martini), dal Lazio («il futuro è nelle tecnologie pulite», sostiene Piero Marrazzo), dalla Basilicata («scelta inopinosa e avventurata» è per Vito De Filippo quella del governo), dalla Puglia («dovranno venire con i carri armati», promette Nichi Vendola).

Tutte voci di centrosinistra e quindi a rischio passaggio di testimone nel 2010? Il fatto è che anche dal centrodestra stanno arrivando secchi rifiuti. Bisognerà vedere se alle parole seguiranno i fatti, ma intanto il presidente della Sardegna Ugo Cappellacci sostiene che «dovrebbero passare sul mio corpo» per installare un reattore sull’isola e quello dell’Abruzzo Gianni Chiodi fa notare che la sua terra non è «idonea per le sue caratteristiche morfologiche e sismiche a ospitare un sito».

SITI MILITARI
E allora si spiega perché il governo stia preparando una exit strategy ricorrendo all’aiuto dei militari. Ora che è diventato legge il ddl Sviluppo, contenente il ritorno al nucleare, può ripartire un altro disegno di legge che non casualmente finora è stato tenuto fermo in commissione Difesa al Senato. Si tratta di un provvedimento che prevede la creazione di una società di diritto pubblico denominata Difesa Servizi Spa.

Il combinato disposto delle due norme consentirebbe la creazione di centrali in siti militari, visto che ora la Difesa può utilizzarli «con la finalità di installare impianti energetici destinati al miglioramento del quadro di approvvigionamento strategico dell’energia». E per farlo il ministero, una volta approvato il secondo ddl, «può stipulare accordi con imprese a partecipazione pubblica». Proprio come la Difesa Servizi Spa. A quel punto, le centrali nucleari sarebbero fuori dal controllo di altre autorità, protette dietro il cartello «Zona militare».
(fonte:www.unita.it)
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giovedì 9 luglio 2009

Con il nucleare, ritorno alla preistoria


Il centrodestra approva in Senato la legge che riporta il nucleare in Italia. Francescato: "Mentre il G8 discute di tagli ai gas serra, Berlusconi affossa rinnovabili e risparmio energetico".

Protesta Legambiente

Roma - Via libera in Senato al ddl sviluppo che segna il ritorno dell'Italia al nucleare. Il provvedimento, in quarta lettura, è stato approvato dal centrodestra in via definitiva e quindi diventa legge. I voti a favore sono stati 154, i contrari 1, e gli astenuti 1. L'opposizione non ha partecipato al voto nel tentativo di far mancare il numero legale.
"Il ritorno al nucleare e' una vera e propria follia sia dal punto di vista ambientale che Economico", ha commentato Grazia Francescato, portavoce dei Verdi ed esponente di Sinistra e Libertà. Proprio mentre tutti i leader mondiali affrontano L'Aquila la questione dei cambiamenti climatici, "l'Italia di Silvio Berlusconi sceglie di affossare la ricerca e la promozione delle fonti energetiche rinnovabili e dell'efficienza energetica scegliendo un salto nel passato pericoloso, radioattivo e che porta con se' il rischio della proliferazione a scopi militari".

Angelo Bonelli, ex capogruppo dei Verdi alla Camera, ricorda "la pericolosa avventura del nucleare che altri paesi industrializzati hanno abbandonato o fermato, come Germania, Usa, Olanda, Spagna. Il piano nucleare di Berlusconi portera' ad una spesa di 20 miliardi di euro che sara' pagata dagli italiani con la bolletta elettrica; tutti i programmi nucleari infatti si reggono con i finanziamenti statali, accadde in Francia come negli Usa"

Dura anche Legambiente: ''Con grande soddisfazione questo governo oggi plaude a se stesso per aver raggiunto un antico obiettivo: tornare alla preistoria energetica e spendere soldi in grandiose e fragili cattedrali per la produzione di energia nucleare di terza generazione''.

Una tecnologia, quella voluta dall'Italia sul nucleare ''che Barak Obama - continua Legambiente - si e' rifiutato di finanziare perche' inquinante e insicura''. Ma non e' solo il governo americano a frenare la diffusione dell'atomo. ''Addirittura il cancelliere tedesco Angela Merkel - sottolinea Legambiente - ha dichiarato di non volere nuovi impianti nucleari in Germania specificando che la produzione attuale puo' essere considerata solo un mezzo in attesa di una idonea ed efficiente diffusione di tecnologie rinnovabili''.

''Tutte le economie piu' avanzate - sottolinea Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente - hanno scelto di investire in fonti rinnovabili ed energia pulita per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti, ma anche per risolvere i problemi della sicurezza e dello smaltimento delle scorie oltre che dell'approvvigionamento della materia prima (scarsa e costosa) necessaria alla fissione''.
(fonte:www.verdi.it)
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martedì 7 luglio 2009

G8: NEL FUTURO LAVORO GREEN


ANSA) - ROMA, 7 LUG - Il futuro dell'occupazione e' green: nei paesi del G8 al 2030 le previsioni parlano di 2,1 milioni di posti dalla rivoluzione energetica tutta esclusivamente con il marchio eco, oltre un milione di posti potranno essere gia' garantiti al 2020 nel solo settore rinnovabili. Nucleare e carbone, invece, ''non apriranno le porte al lavoro''.
In Italia oltre 250mila i posti di lavoro al 2020 nel settore elettrico ed efficienza energetica con un investimento annuo di 8 miliardi di euro all'anno. Alla vigilia del G8 a L'Aquila, Greenpeace lancia in anteprima i risultati del suo nuovo rapporto ''Powering G8 Job Creations'': come creare posti di lavoro proteggendo il clima. ''Un chiaro messaggio ai Governi del G8 affinche' affrontino i cambiamenti climatici creando occupazione e investendo in energie pulite'', afferma Greenpeace. ''La crisi climatica e quella economica vanno affrontate insieme - afferma Andrea Lepore, della campagna clima di Greenpeace - investire in energie rinnovabili e in efficienza e' la soluzione per salvare il clima, creare occupazione e rilanciare l'economia''. ''L'Italia abbandoni il carbone e dimentichi le false soluzioni come il nucleare - conclude Lepore - la crisi economica deve trasformarsi per l'Italia in un'opportunita'''. Ecco gli scenari green anti-disoccupazione nei paesi del G8 e in Italia: - POSTI LAVORO PAESI G8 IN RINNOVABILI ED EFFICIENZA ENERGETICA: Entro il 2020 oltre un milione di nuovi posti di lavoro nelle rinnovabili, 460mila piu' di quanti ne sarebbero stati creati continuando a investire in energie convenzionali, e saranno ridotte le emissioni di CO2 dal settore dell'energia del 50% entro il 2030. Entro il 2030, investendo in efficienza energetica e rinnovabili si creerebbero circa 2.1 milioni di posti di lavoro, 650mila in piu' rispetto alle energie tradizionali. Di questi, oltre 1 milione e 800 mila posti di lavoro sarebbero creati nel settore delle energie rinnovabili, circa 1 milione in piu' rispetto all'andamento tendenziale, compensando i 394mila posti di lavoro persi nel settore delle energie da fonti fossili e da nucleare; - TREND A CONFRONTO: Se i Paesi del G8 non modificassero le loro scelte, i posti di lavoro si fermerebbero tra 1,4 e 1,5 milioni nel periodo compreso tra il 2010 e il 2030. - ITALIA: possono essere creati oltre 250.000 nuovi posti di lavoro considerando il solo settore elettrico entro il 2020. Per raggiungere questi livelli occupazionali occorre un investimento medio di 8 miliardi di euro all'anno fino al 2020. In particolare per le rinnovabili di parla di 66.000 posti nell' eolico (considerando un potenziale di 16 GW) con Puglia e Campania in testa con rispettivamente 11.714 e 8.738 occupati nel settore del vento al 2020. Per il fotovoltaico 87.000 occupati e per il solare termico 66.000 posti di lavoro. Sul fronte efficienza energetica 60.000 i nuovi posti di lavoro con un taglio di 50 milioni di tonnellate di CO2 rispetto allo scenario tendenziale.(ANSA). GU
(fonte:www.ansa.it)
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sabato 6 giugno 2009

OGM APOCALYPSE


by Edoardo Capuano
Mentre apre i battenti in Norvegia la "banca genetica dell'Apocalisse", mentre nuovi studi confermano la pericolosità delle contaminazioni OGM, le corporations del biotech continuano a premere sull'acceleratore con la complicità del governo globale, Europa inclusa...

Uno studio - pubblicato su Nature Biotechnology - dimostra che un parassita del cotone, il lepidottero Helicoverpa Zea, ha sviluppato la resistenza a piante che sono state geneticamente modificate proprio per uccidere gli insetti della sua specie. Nelle piantagioni di cotone OGM in Mississippi e Arkansas, gli agricoltori sono ora costretti a fare maggior ricorso agli antiparassitari. Un pericolo che Greenpeace aveva denunciato in un rapporto del 2004.

Le piante OGM che dovrebbero risultare resistenti agli insetti, contengono di solito una versione sintetica della tossina Bt presente in natura. Ma la costante esposizione alle tossine Bt prodotte dalle piante OGM, rende i parassiti resistenti ai loro effetti, col risultato che si favorisce la loro sopravvivenza e immunità genetica al Bt. Col passare del tempo, tutto ciò può portare alla proliferazione di parassiti resistenti fino al punto in cui il Bt non servirà più.

Nella sua forma naturale, il Bt è stato utilizzato fin dagli anni '50, nell'agricoltura biologica e sostenibile, per eliminare insetti nocivi, senza danneggiare altri insetti o altre forme di vita. Al contrario, le tossine Bt prodotte da colture OGM - fra cui il mais della Monsanto - hanno dimostrato di essere molto nocive per altri utili insetti predatori. La stessa sorte potrebbe toccare presto anche ad altre colture. Proprio a causa dei rischi di diversa natura legati a questi organismi, il governo francese ha deciso di vietare la coltivazione del mais Monsanto “MON810”.

Le coltivazioni transgeniche aumentano l'uso dei pesticidi e sono inefficaci nella lotta contro la povertà. Sono queste le conclusioni del rapporto “Chi beneficia dell'impiego dei transgenici?” presentato da Friends of the Earth International (FOEI). Secondo David Sánchez, “le coltivazioni transgeniche hanno fallito nel raggiungere i grandi benefici prospettati. Diversamente, c'è stato un aumento dell'uso dei pesticidi, provocato da queste coltivazioni, che costituisce una minaccia per l'ambiente e per la popolazione su scala mondiale”.

In Brasile, dal 2000 al 2004, l'uso del RoundUp (un erbicida a base di glifosato) è aumentato dell'80 per cento. Negli Stati Uniti, tra il 1995 ed il 2004, l'aumento è stato del 150 per cento. L'aumento delle piantagioni resistenti al glifosato ha provocato, oltre all'aumento dei costi di produzione per i contadini, gravi impatti ambientali. Le piantagioni di soia, mais e cotone resistenti agli erbicidi incentivano l'uso di pesticidi, ed aumentano la resistenza agli erbicidi. Questi tre prodotti costituiscono il 95% della superficie seminata con coltivazioni transgeniche: invece di essere utilizzate per diminuire la fame nel mondo, servono principalmente ad alimentare gli animali dei paesi ricchi ed alla produzione di biocombustibili. La maggior parte della produzione transgenica argentina viene inviata in Europa per alimentare il bestiame, mente il 20% del mais geneticamente modificato prodotto negli Stati Uniti è destinato alla produzione di etanolo. Secondo lo studio di FOEI, il mais resistente agli erbicidi della Monsanto produce tra il 5 ed il 10% in meno delle varietà tradizionali.

Proprio di recente, Il Consejo Nacional de Bioseguridad brasiliano (CTNBIO, che comprende 11 ministeri) ha autorizzato la coltivazione delle varietà di mais “Liberty”, della Bayer, e “MON810”, della Monsanto. si tratta della prima autorizzazione per il mais transgenico in Brasile, mentre era già stata autorizzata la soia OGM. Sul sito del ministero della Scienza e della Tecnologia, il ministro Sergio Rezende, afferma che “i due tipi di mais autorizzati sono resistenti agli erbicidi ed agli insetti, e sono dal 30 al 40% più produttivi” e che “è una nuova tappa completata nell’avanzata della scienza”. Secondo il governo i due mais sono perfettamente sicuri per l’ambiente che per la salute umana ed animale.

In realtà, il governo Lula si è nettamente spaccato: i ministri della salute, dell’ambiente, dello sviluppo agricolo, agricoltura e pesca hanno votato contro. Lo stesso Consiglio che ha dato il via libera al mais, ha dovuto ammettere che il ministro della Salute, José Gomes Temporao, ha chiesto ulteriori studi sulla possibilità che i mais autorizzati possano essere tossici o causare allergia. Il ministro dell’ambiente, Marina Silva, pur confermando il suo no agli OGM, non ha partecipato alla riunione del consiglio. Alla fine, però, sono stati respinti tutti i ricorsi presentati da agenzie pubbliche ed associazioni mbientaliste che mettevano in dubbio la competenza del CTNBIO. «Perdiamo un altro round col governo – ha detto María José Da Costa, del Movimiento de Pequeños Campesinos –questa è per noi la maggior tragedia del governo Lula». Il movimento dei piccoli agricoltori, insieme ad altre associazioni come Vía Campesina ed a numerose istituzioni locali, ha avviato la “Campaña por un Brasil Libre de Transgénicos”, una coalizione che ha inviato una lettera al ministro della Giustizia Tarso Genro contro la decisione favorevole agli OGM, sottolineando «i numerosi vizi che presenta il processo, tra i quali l’inesistenza di studi ambientali». Secondo gli anti-OGM brasiliani, così come per la soia transgenica Roundup Ready, il mais OGM può creare problemi ambientali, contaminando le varietà locali, organiche e ecologiche.

La decisione rappresenta “una flagrante e incostituzionale anteposizione degli interessi economici delle imprese sulla salute delle popolazioni, la necessità di protezione dell’ambiente e degli interessi degli agricoltori e consumatori che non vogliono piantare o consumare alimenti transgenici”, dice Da Costa, “considerando le difficoltà che ha avuto la gente con la soia ed altre coltivazioni transgeniche in Brasile, i disastri che provocherà l’autorizzazione del mais saranno di proporzioni ancora maggiori. Si tratta di un prodotto che è parte di una cultura millenaria dei popoli latinoamericani. Ci sarà una perdita di biodiversità, una degenerazione ed erosione genetica molto grande. Le sementi locali coltivate nella regione dai piccoli agricoltori ed indigeni correranno il rischio di scomparire per contaminazione. La sovranità alimentare delle comunità contadine sarà colpita, perché tenderanno ad acquistare sementi fuori dalla comunità e dovranno pagare debiti alle imprese. Gli studi tecnici eseguiti dal ministero della Scienza e Tecnologia per autorizzare la coltivazione del mais transgenico, sono stati in maggioranza effettuati fuori dal Brasile e non considerano le particolarità dei diversi ecosistemi di questo Paese”.

La Coalition pour la Protection du Patrimoine Génétique Africain (Copagen) ha organizzato a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, una marcia di protesta per dire no all’utilizzo di OGM in agricoltura e nell’alimentazione degli 8 Paesi dell'Unione Economica e Monetaria dell’Africa occidentale (UEMOA) e della Guinea.

Una carovana anti-Ogm ha attraversato il Burkina Faso con cartelli e striscioni per raccogliere firme per una petizione da inviare all’ONU ed al primo ministro burkinabé, Jérôme Compaoré. La Copagen chiede al Burkina Faso di applicare il principio di precauzione per l’introduzione di OGM in agricoltura e respinge la decisione unilaterale del governo burkinabé di avviare, entro quest’anno, la produzione di cotone BT su 15 mila ettari del Paese africano. Copagen «condanna i dirigenti africani che si lasciano dominare dalle multinazionali delle sementi a scapito della sopravvivenza del mondo contadino». I manifestanti, provenienti da 9 Paesi africani, hanno chiesto di votare una moratoria di 5 anni sull’introduzione di piante transgeniche nel sistema agrario, «il tempo necessario per infornare le popolazioni sugli impegni reali degli OGM, fare in modo che possano partecipare al dibattito sulla questione e decidere con conoscenza di causa. Inoltre, il voto di questa moratoria permetterà di rafforzare le capacità nazionali e di mettere in campo tutte le strutture amministrative necessarie previste in materia e di eseguire studi sugli impatti socioeconomici, ambientali e sul piano sanitario riguardanti le popolazioni.

La Copagen contrappone alla cedevolezza dei governi dell’Africa occidentale, gli interessi dei produttori locali e dei consumatori, e promette «di non cessare di agire fin tanto che le multinazionali proprietarie degli OGM tenteranno di imporsi e di contravvenire ai diritti delle popolazioni». Molto più a sud, il presidente del Mozambico, Armando Guebuza, ha dichiarato che «i biocarburanti non devono mai mettere in pericolo gli interessi del popolo», lasciando intendere che il Mozambico non autorizzerà l´utilizzo di terre agricole per produrre agro-energie. Guebuza ha proposto che le piante destinate alla produzione di biocarburanti siano coltivate su terreni marginali, non su terre fertili riservate alle piante cerealicole. Nel 2005, il governo del Mozambico ha creato una Commissione sui biocarburanti che ha raccomandato di produrre etanolo a partire da canna da zucchero, sorgo e manioca e di utilizzare jatropha, girasole, noce di cocco, soia ed olio di palma africana come materie prime.

La Monsanto e i giganti dell'agroalimentare OGM vogliono usare l'AGRA (Alliance for a Green Revolution in Africa) di Kofi Annan per diffondere i loro semi OGM brevettati in tutta l'Africa. Il consiglio di amministrazione dell'AGRA conta tra le sue fila Strive Masiyiwa, fiduciario sudafricano della fondazione Rockefeller, Sylvia M. Mathews, della fondazione Bill & Melinda Gates, Mamphela Ramphele, ex direttore generale (2000-2006) della Banca Mondiale, Rajiv J. Shah, della fondazione Bill & Melinda Gates, Nadya K. Shmavonian, della fondazione Rockefeller, Roy Steiner, della fondazione Bill & Melinda Gates, Gary Toenniessen, direttore generale della fondazione Rockefeller, Akinwumi Adesina, direttore associato della stessa, Peter Matlon, direttore generale della stessa, Joseph De Vries, direttore del Programme for Africa’s Seed Systems e direttore associato della stessa. Nel suo discorso d'insediamento al Forum Economico Mondiale di Città del Capo nel giugno 2007, Kofi Annan ha dichiarato: “Accetto con gratitudine questa sfida e ringrazio la fondazione Rockefeller, la fondazione Bill & Melinda Gates, e tutti coloro che sostengono la nostra campagna per l'Africa”.

Per il momento, la Repubblica sudafricana è il solo paese in cui sono legalmente consentite le piantagioni di OGM. Nel 2003, il Burkina Faso ha autorizzato piantagioni sperimentali. Nel 2006, il Gana, patria di Kofi Annan, ha messo a punto un progetto di legislazione e alcuni importanti funzionari hanno manifestato l'intenzione di continuare le ricerche sulle piantagioni di OGM. Nel continente sono stati avviati un mare di progetti di ingegnerizzazione genetica e di “biosicurezza” con lo scopo dichiarato d''introdurre gli OGM: sponsorizzazioni offerte dal governo americano per addestrare gli scienziati africani nell'ingegneria genetica, progetti di biosicurezza finanziati dall'USAID (United States Agency for International Development) e dalla Banca Mondiale, ricerche sugli OGM che coinvolgono i raccolti alimentari indigeni. La fondazione Rockefeller, che sta lavorando da anni per promuovere progetti destinati a introdurre le coltivazioni di OGM in Africa, ha finanziato ricerche sull'applicabilità del cotone OGM nelle pianure sudafricane di Makhathini. La Monsanto, che è saldamente introdotta nell'industria sudafricana dei semi, sia ibridi che OGM, ha messo a punto un programma destinato ai piccoli agricoltori, chiamato beffardamente “Semi della Speranza”. La multinazionale svizzera Syngenta sta riversando milioni di dollari in un nuova struttura a Nairobi per sviluppare un mais OGM in grado di resistere agli insetti.

Nel corso del Consiglio Agricoltura dell'Unione Europea, in cui si discuteva la possibile approvazione di quatto mais OGM della Monsanto e della “super-patata” Basf destinata alla produzione di amido, il sottosegretario alla Salute Gian Paolo Patta ha ribadito il no dell'Italia, dichiarando: “Come già espresso in altre occasioni, riteniamo che le biotecnologie rappresentino strumenti innovativi, ed in alcuni casi indispensabili per il miglioramento della qualità della vita. Tuttavia, lo sforzo davanti a noi è quello di ottenere le massime garanzie affinché l'uso delle moderne tecnologie assicuri vantaggi e ricadute positive per tutti i settori, e garantisca nello stesso tempo la tutela dei consumatori europei. Riteniamo che le proposte di decisione presentate dalla Commissione, se pur suffragate da un'opinione favorevole dell'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, non tengano in debito conto i possibili effetti sulle produzioni agricole comunitarie e il rispetto della biodiversità. La nostra posizione, già espressa in sede di Comitato permanente, rappresenta in generale un atteggiamento di cautela circa l'immissione in commercio di alimenti e mangimi geneticamente modificati che tiene conto dell'opinione pubblica ed in particolare dei consumatori italiani, preoccupati dell'impatto sulla salute e sull'ambiente, nonché della perdita del patrimonio agroalimentare nazionale”.

Alla fine, il Consiglio non ha raggiunto la maggioranza né a favore né contro nessuna delle proposte della Commissione. Ma, in virtù delle strane regole comunitarie in questo settore, la Commissione andrà comunque avanti e potrà concedere l'autorizzazione. senza più consultare gli Stati membri, di tre ibridi (incroci fra diverse varietà OGM) di mais denominati “Mon863xNk603”, “Mon863xMon810” e “Mon863xMon810xNk603”), l'uso nei mangimi di un altro mais OGM, il “Ga 21” (già autorizzato per uso alimentare umano) e della controversa superpatata Amflora (Eh92-527-1), geneticamente manipolata dalla Basf in modo da produrre alte quantità di amido per le applicazioni industriali. La Basf chiede (e la Commissione UE non si oppone) di poter usufruire di una “soglia di tolleranza” dello 0,9% nel caso in cui questo OGM si ritrovasse fortuitamente mescolato con le patate convenzionali. Se una contaminazione venisse riscontrata, sotto questa soglia non vi sarebbe neanche l'obbligo di informare i consumatori con un'indicazione in etichetta. La superpatata è particolarmente controversa perché contiene un gene di resistenza a tre antibiotici (kanamicina, neomicina e gentamicina) che sono considerati clinicamente “di importanza critica” dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dall'Agenzia Europea per la Valutazione dei Farmaci (EMEA), mentre l'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) li aveva in primo tempo giudicati “di nessuna o minima importanza terapeutica”. La Commissione UE, dunque, ha preso posizione a favore dell'autorizzazione seguendo le indicazioni dell'EFSA e non quelle della massima autorità, mondiale ed europea, in fatto di farmaci. A conferma di come le decisioni, in tutto il mondo, le prendono non i politici ma le lobby delle corporations, biotech in questo caso.

La fondazione di Bill Gates, la Rockefeller Foundation, Monsanto e Syngenta, i due colossi degli OGM, la Pioneer Hi-Bred, che studia gli OGM per conto della multinazionale chimica DuPont, finanziano “la banca genetica dell'apocalisse”, una immensa banca di semi nella gelida isola di Spitsbergen, desolato arcipelago delle Svalbard nel (mare di Barents, ad un migliaio di chilometri dal Polo), destinata ad accogliere campioni di sementi di tre milioni di varietà di piante di tutto il mondo. l nome ufficiale del progetto è “Svalbard Global Seed Vault”. Servirà, fa sapere il governo norvegese, titolare dell'arcipelago, a «conservare per il futuro la biodiversità agricola».

La Rockefeller Foundation è la stessa che negli anni '70 finanziò con 100 milioni di dollari di allora la prima idea di «rivoluzione agricola genetica». Fu un grande lavoro che cominciò con la creazione dell'Agricolture Development Council (emanazione della Rockefeller Foundation), e poi dell'International Rice Research Institute (IRRI) nelle Filippine (cui partecipò la Fondazione Ford). Nel 1991, questo centro di studi sul riso si coniugò con il messicano (ma sempre dei Rockefeller) International Maize and Wheat Improvement Center, poi con un centro analogo per l'agricoltura tropicale (IITA, sede in Nigeria, dollari Rockefeller). Questi infine formarono il CGIAR, Consultative Group on International Agricolture Research. In varie riunioni internazionali di esperti e politici tenuti nel centro conferenze della Rockefeller Foundation a Bellagio, il CGIAR fece in modo di attrarre nel suo gioco la FAO (l'ente ONU per cibo e agricoltura), la Banca Mondiale (allora capeggiata da Robert McNamara) e lo UN Development Program. La CGIAR invitò, ospitò e istruì generazioni di scienziati agricoli, specie del Terzo Mondo, sulle meraviglie del moderno agribusiness e sulla nascente industria dei semi geneticamente modificati. Questi portarono il verbo nei loro Paesi, costituendo una rete di influenza straordinaria per la penetrazione dell'agribusiness Monsanto.

La genetica, d'altronde, è sempre stata nel mirino dei Rockefeller. Fino dagli anni '30, quando ancora si chiamava «eugenetica» ed era studiata nei laboratori nazisti. La Rockefeller Foundation finanziò generosamente quegli scienziati, molti dei quali, dopo la caduta di Hitler, furono portati in USA per continuare a studiare e sperimentare. Il Progetto Genoma Umano, l'ingegneria genetica, gli OGM brevettati da Monsanto, Syngenta e altri giganti, non sono altro che i risultati di quelle ricerche.

La banca di semi dell'Apocalisse, costruita nel cuore di una montagna dell'isola Spitsbergen, vicino al piccolo villaggio di Longyearbyen - con doppie porte blindate a prova di esplosione azionate da sensori, due tunnel a tenuta stagna, e pareti di calcestruzzo rinforzato con acciaio spesse un metro - è stata inaugurata. I semi verranno racchiusi in imballaggi speciali per eliminare ogni contaminazione da polvere. Sul posto non vi sarà personale a tempo pieno, ma la relativa inaccessibilità del deposito renderà facile controllare ogni possibile presenza umana.

Il progetto verrà gestito dalla GCDT (Global Crop Diversity Trust), una organizzazione fondata dalla FAO (Food and Agriculture Organisation) e dalla Bioversity International (in precedenza, International Plant Genetic Research Institute), una filiazione del CGIAR. Il consiglio d''amministrazione del GCDT, che ha sede a Roma, è presieduto da Margaret Catley-Carlson, una canadese che fa anche parte del comitato consultivo del Group Suez Lyonnaise des Eaux, una delle più grandi aziende private mondiali del settore idrico. Fino al 1998, è stata anche presidente del Population Council, con base a New York, un''organizzazione creata nel 1952 da John D. Rockefeller per promuovere il proprio programma eugenetico con la scusa della “pianificazione familiare”, dei mezzi contraccettivi, della sterilizzazione, e del “controllo della popolazione” nei paesi in via di sviluppo.

Tra gli altri membri del consiglio di amministrazione del GCDT troviamo: Lewis Coleman, ex dirigente della Bank of America e attualmente capo della Hollywood DreamWorks Animation, che dirige anche il consiglio di amministrazione della Northrup Grumman Corporation (una delle più grandi industrie belliche statunitensi appaltatrice del Pentagono); Il brasiliano Jorio Dauster, che è anche presidente del consiglio di Brasil Ecodiesel ed è stato ambasciatore del Brasile presso l'Unione Europea e capo negoziatore del debito estero per conto del Ministero delle Finanze del suo paese. Dauster è stato inoltre presidente dell'Istituto Brasiliano per il Caffè e coordinatore di un progetto per la modernizzazione del sistema brevettuale brasiliano, che comportava tra l'altro la legalizzazione dei brevetti sui semi geneticamente modificati, fino a poco tempo fa vietata dalle leggi del paese; Cary Fowler, il direttore esecutivo del fondo, ex-consigliere senior del direttore generale di Bioversity International, dove rappresentava i Future Harvest Centres del CGIAR nei negoziati sull'International Treaty on Plant Genetic Resources. Negli anni '90 ha diretto l'International Program on Plant Genetic Resources della FAO, adottato da 150 paesi nel 1996. È stato anche membro del National Plant Genetic Resources Board statunitense e del comitato dei garanti dell''International Maize and Wheat Improvement Center in Messico, un altro progetto della fondazione Rockefeller e del CGIAR; l'indiano Mangala Rai, segretario del DARE (Department of Agricultural Research and Education) indiano, e direttore generale dell'ICAR (Indian Council for Agricultural Research), che è anche membro d'amministrazione dell'IRRI (International Rice Research Institute). della fondazione Rockefeller, che ha promosso il primo grosso esperimento sugli OGM a livello mondiale, il super acclamato "riso d'oro" che risultò un fallimento.

Cosa nasconde dunque il progetto?

Ad utlizzare la banca di semi saranno in primo luogo i giganti mondiali dei brevetti OGM, Monsanto, DuPont, Syngenta e Dow Chemical. Ricordiamo che, dagli inizi del 2007, la Monsanto e il governo statunitense posseggono il brevetto mondiale della tecnologia “Terminator”, o GURT (Genetic Use Restriction Technology), grazie alla quale un seme commerciale brevettato si “suicida” dopo il primo raccolto, il ché assicua alle aziende private del biotech un controllo totale che si accompagna a quello sulla catena alimentare, poiché obbliga i contadini a rivolgersi ogni anno alla Monsanto, o a un altro fornitore di semi OGM, per comprare nuovi semi per il riso, la soia, il grano, il frumento o qualsiasi altro tipo di raccolto di cui abbiano bisogno per sfamare la popolazione. Se riuscissero a diffondere il Terminator a scala mondiale, potrebbe bastare un decennio o poco più per trasformare la maggior parte dei produttori alimentari in nuovi servi feudali, schiavi di tre o quattro gigantesche aziende di semi. Aziende che hanno sviluppato e diffuso nuove sostanze quali la diossina, i PCB, l'Agente Arancio, che hanno nascosto per decenni le prove evidenti delle conseguenze cancerogene e degli altri severi danni per la salute umana legati all'uso di sostanze chimiche tossiche, che hanno insabbiato accurati rapporti scientifici sul fatto che il glifosate, ingrediente essenziale dell'erbicida Roundup della Monsanto, il più diffuso al mondo e legato all'acquisto della maggior parte dei semi ingegnerizzati geneticamente, è tossico quando si riversa nell'acqua potabile (la Danimarca ha bandito il glifosate nel 2003, quando venne confermato che aveva contaminato le falde acquifere del paese).

La diversità conservata nelle banche dei semi genetiche è la materia prima per la riproduzione delle piante e per una grande quantità di ricerche biologiche di base. Varie centinaia di migliaia di campioni vengono distribuiti ogni anno proprio per questo scopo. La FAO elenca circa 1.400 banche di semi in tutto il mondo, in buona parte gestite dal governo statunitense, ma anche da Cina, Russia, Giappone, India, Corea del sud, Germania e Canada. Il CGIAR gestisce una catena di banche dei semi in centri selezionati in tutto il mondo; controlla la maggior parte delle banche di semi private, dalle Filippine alla Siria e al Kenia. Complessivamente, le banche di semi posseggono attualmente oltre sei milioni e mezzo di varietà di semi, quasi due milioni dei quali “diversi”.

Ma da cosa proteggere i semi?

Secondo il professor Francis Boyle, che stese il progetto di Biological Weapons Anti-Terrorism Act del 1989, varato dal Congresso americano, ed è autore del libro “Biowarfare and Terrorism”, il Pentagono sta “adesso attrezzandosi per combattere e vincere la guerra biologica” nel quadro delle due direttive strategiche nazionali di Bush adottate, come lui stesso sottolinea, “senza conoscenza e esame pubblico” nel 2002. Boyle aggiunge che nel solo periodo 2001-2004 il governo federale ha speso 14,5 miliardi di dollari per lavori.

civili legati alla “bioguerra”. Nel contesto del progetto “BioSchield”, il Dipartimento per la Sicurezza della Patria (Homeland Security) sta spendendo 5600 milioni di dollari per lo stoccaggio di vaccini e medicinali contro l’antrace, il vaiolo e altri agenti del bioterrorismo. Il progetto ha subito ritardi e difficoltà operative, ma, il 12 dicembre 2006, il Congresso ha adottato una legge che destina un preventivo di 1000 milioni di dollari al finanziamento di tre anni di ricerche supplementari nel settore privato. Boyle afferma che gli attacchi realizzati nell’ottobre del 2001 mediante lettere contaminate con antrace indirizzate ai senatori democratici Thomas Daschle e Patrick Leahy provano che gli Stati Uniti dispongono di antrace utilizzabile per usi militari.

Richard Ebright, biologo della Rutgers University, stima che oltre 300 istituti scientifici e circa 12.000 persone abbiano attualmente accesso negli Stati Uniti a patogeni adatti alla guerra biologica. Esistono 497 finanziamenti del NIH americano per ricerche nel campo delle malattie infettive potenzialmente utilizzabili nella guerra biologica, ovviamente giustificate come difesa contro possibili attacchi terroristici, oggi tanto di moda.

Molti fondi del governo spesi per la ricerca sulla guerra biologica sono destinati all'ingegneria genetica. Jonathan King, professore di biologia al MIT, sostiene che “la crescita dei programmi bioterroristici costituisce un grave pericolo emergente per la nostra stessa popolazione”, e aggiunge che “anche se questi programmi vengono sempre definiti difensivi, nel caso delle armi biologiche i programmi di difesa e offesa coincidono quasi completamente”.

Autore: Alessio Mannucci - E-mail: Alessio Mannucci - Blog: viaggioallucinante2
(fonte:www.ecplanet.com)
Continua...

venerdì 5 giugno 2009

L’Horror Monsanto continua: da semi Terminator a semi Zombie


Non ci bastavano i semi Terminatori, ovvero sterili, che il colosso degli OGM sta immettendo sui mercati, adesso è arrivata la fase successiva: i semi Zombi, "riconvertibili fertili", ma solo su trattamento chimico...


"Monsanto e la sua cricca ci avevano promesso che non avrebbero usato la tecnologia Terminator, definita GURT: genetic use restricted technology (tecnologia ad uso genetico ristretto). Infatti, le Nazioni Unite hanno emesso una moratoria sul progetto. Dunque siamo salvi, giusto? Sbagliato...

Come solito, i ragazzi dai bianchi camici di laboratorio non sono stati oziosi. Nonostante la moratoria, non solo stanno lavorando alacremente alla tecnologia Terminator, ma anche si stanno preparando ad introdurre quella Zombie: due tecnologie che sono giusto una variazione del GURT.

Laddove la tecnologia Terminator produce piante con semi sterili, quella Zombie fa un passo in avantie crea piante che potrebbero richiedere una applicazione chimica per stimolare la fertilità ogni anno. O paghi per le sostenze chimiche o ti prendi il seme sterile. Questa viene chiamata "sterilità transgenica reversibile".

Hanno lavorato costantemente per perfezionare questa tecnologia ed ora sono nell’"equilibrio" per introdurla nel mondo come una soluzione all’attuale problema di contaminazione dell’OGM. Passato il Terminator, ecco che arriva lo Zombie.

Se un campo viene contaminato con sementi che contengono il gene Terminator, le piante che ne risultano avranno semi sterili, dunque il loro ciclo riproduttivo finisce. Se la contaminaizone è attraverso il gene Zombie, le piante che ne risultano molto probabilmente richiederanno un certo pesticida o saranno sterili.

Le piante sono progettate con la sterilità come condizione di default, ma la sterilità può essere riconvertita con l’applicazione di uno stimolo esterno che ristabilisce la vitalità della pianta. Per resuscitare il seme “zombie” dai morti, il contadino o il coltivatore devono usare uno stimolo esterno (come delle sostenze chimiche sotto brevetto) per ristabilire la fertilità dei semi. (Terminator the Sequel, 2007 PDF doc)

In entrambi i casi se siete un piccolo contadino con un campo contaminato, l’impresa di salvare i semi per l’anno successivoa sarà tutt’altro che un successo. Piantare semi sterili richiede la stessa quantità di lavoro e lo stesso esborso economico che piantare buoni semi, ma al contrario non ha un ritorno dell’investimento. E non potete dire la differenza tra il seme buono e quello cattivo, se non quando è troppo tardi. Ovvero, se "la brigata che impone il brevetto" non fa prima incursione nella vostra proprietà e vi costringe a distruggere i vostri raccolti e tutte le vostre sementi con l’accusa di aver violato i diritti di brevetto. Allora non raccogliete niente e dovrete pagare per il privilegio".

da: http://farmwars.info/?p=845, By Barbara H. Peterson,
Trad. Cristina Bassi, http://cafedehumanite.blogspot.com/search/label/OGM

Ma ancora sul tema, per qualche idea più pratica sulle "modalità operative" Monsanto, ecco quanto scritto dal dr Mercola.com, nella sua newsletter di marzo 09:

"Alcuni dicono che se i contadini non vogliono problemi con la Monsanto, semplicemente non dovrebbero comprare i suoi semi OGM (geneticamente modificati n.d.t).


Ma non è proprio cosi facile non farlo. La Monsanto contamina i campi, valica i terreni per prendere campioni e poi cita a giudizio dicendo che si tratta del loro raccolto.


Nel frattempo, Monsanto prende altri provvedimenti per impedire ai contadini e a chiunque altro, di avere accesso all’acquisto, alla raccolta e alla salvaguardia di sementi normali:

1. Monsanto ha acquistato le aziende di sementi in tutto il Midwest.
2. Monsanto ha scritto proprie leggi sulle sementi e ottenuto legislatori per formularle, cosa che rende la pulitura, la raccolta e lo stockaggio di sementi cosi onerosi, in termini di burocrazia, che avere delle sementi normali diventa quasi impossibile.
3. Monsanto sta spingendo leggi che assicurino che contadini e cittadini non possano bloccare le piantagioni di raccolti OGM anche se questi possono contaminare altri campi.
4. Ci sono leggi Monsanto nascoste nelle regole della FDA (Food & Drug Administration: ente statunitense per il controllo sanitario, n.d.t) che rendono illegali le attrezzature agricole per pulire le sementi; questo ora viene definito "fonte di contaminazione delle sementi".

La Monsanto ha citato a giudizio più di 1500 agricoltori i cui campi sono semplicemente stati contaminati da raccolti OGM".


tratto da Surviving the Middle Class Crash February 5, 2009.
Traduzione Cristina Bassi
(fonte:www.agoravox.it)
Continua...

giovedì 4 giugno 2009

Rifiuti zero: si può!



di Maria Michela Niro
C‘è un comune in Italia in cui i rifiuti sono una risorsa. E' Capannori, un comune di 45.356 abitanti della provincia di Lucca. L'obiettivo del Comune è Rifiuti Zero entro il 2020. Negli ultimi cinque anni, con la strategia del riutilizzo e della diminuzione dei rifiuti, Capannori è passato dal 37% al 65% di raccolta differenziata, con punte dell'82%, mentre la media italiana è ferma al 27.5% secondo dati Ispra., con grosse disparità tra nord e sud.


Girando per le strade di Capannori non si vedono cassonetti perché il cardine della strategia Rifiuti Zero, messa in atto dal comune e dall'azienda dei
rifiuti, l'Ascit, è la raccolta porta a porta.

Ogni giorno 40 furgoncini elettrici e a metano percorrono in lungo e in largo le 40 frazioni di Capannori per ritirare, secondo un calendario ben preciso, tutte le tipologie di rifiuti. Sono un totale di sette raccolte. Sono divise su materiali differenti: lunedì, mercoledì e sabato c‘è l'organico. Il martedì e il venerdì c‘è il multimateriale, che sarebbe: plastica, vetro e alluminio. Il giovedì c‘è la raccolta del non riciclabile e il pomeriggio della carta".

Il riciclaggio ha permesso di salvare 100 mila alberi e di evitare l'emissione di oltre 9 mila tonnellate di CO2. Nel 2007 Capannori ha ricavato circa 340 mila euro dalla vendita della carta. Lo smaltimento dell'organico costa 80 euro a tonnellata. Quello in discarica 160. Solo nel 2007 sono state riciclate 16 mila tonnellate di rifiuti.
La strategia "Rifiuti Zero" punta a prevenire e ridurre la produzione dei rifiuti. A questo scopo, a Capannori sono stati avviati undici nuovi progetti:

1 Compostaggio domestico

Lanciata nel 2005 con una campagna di sensibilizzazione, la pratica di trasformare in casa i propri rifiuti umidi e riutilizzarli per coltivare orti e terreni è divenuta molto comune: su circa 16.600 famiglie residenti, più di 2.000 vi fanno ricorso, usufruendo così di uno sconto del 10% sulla parte variabile della tariffa rifiuti. I controlli effettuati dall'Amministrazione comunale nel 2007 hanno dimostrato che oltre il 96% di chi ha aderito all'iniziativa effettua correttamente il compostaggio domestico.

2 Capannori acquista verde

Primo Comune in Toscana, nel 2005 Capannori ha adottato il sistema degli acquisti verdi, definendo una procedura che favorisce le offerte di prodotti realizzati con materiale riciclato. Inoltre, è stata organizzata la raccolta differenziata e il recupero dei rifiuti speciali all'interno delle strutture comunali, con una particolare attenzione ai toner delle stampanti, rigenerati e avviati a nuova vita. Capannori ha così ricevuto il Premio 2008 di "Comune Riutilizzatore".

3 Acqua buona nelle mense

Dall'inizio dell'anno scolastico 2007/08 è stato deciso di togliere progressivamente l'acqua minerale nelle mense scolastiche e di distribuire delle brocche con acqua del rubinetto. In un solo anno, nelle prime tre scuole da cui è partito il progetto sono state risparmiate 8.500 confezioni usa e getta. Il progetto si sta estendendo su tutto il territorio.

4 La Via dell'Acqua

Con lo stesso obiettivo di diminuire l'utilizzo delle acque minerali, ma anche per valorizzare le fonti naturali come luoghi del "bene comune", sono stati fatti investimenti per 500.000 euro realizzando "La Via dell'Acqua". Lungo il percorso è stata attrezzata una specifica cartellonistica con indicazioni a tema sull'acqua, che riportano proprietà e virtù di un bene prezioso da conservare e utilizzare con parsimonia.

5 Latte alla spina

Anche per incentivare la "filiera corta", l'amministrazione comunale ha realizzato un distributore automatico di latte fresco e genuino alla spina. Chi decide di prelevare il latte dal distributore, può anche acquistare un contenitore riutilizzabile più volte, riducendo così l'utilizzo dei contenitori "usa e getta". Grazie a questa iniziativa, il comune di Capannori ha anche vinto il Premio 2008 "Toscana Eco/efficiente"

6. Detersivi alla spina

Il progetto, avviato dall'amministrazione comunale attraverso la fornitura di contenitori in alluminio da utilizzare per prelevare il detersivo alla spina, si è ora sviluppato grazie alla collaborazione con la ditta Nivel, che offre detersivi alla spina di qualità, naturali ed ecologici, prodotti localmente e distribuiti in tredici negozi. Ai proprietari dei negozi che mettono a disposizione uno spazio per la somministrazione del detersivo alla spina viene riconosciuto uno sconto sulla tariffa rifiuti, sottraendolo dal computo della metratura.

7. Ecosagre

Seguendo le indicazioni del nuovo regolamento comunale, e grazie all'impegno delle associazioni locali, gli organizzatori delle sagre estive si attivano per: differenziare tutti gli scarti prodotti dal personale e dai partecipanti, ridurre al minimo la produzione di rifiuti e di imballaggi durante le feste, fornire stoviglie, posate e bicchieri riutilizzabili o in materiale compostabile, eliminando gli oggetti usa e getta di plastica. L'amministrazione comunale offre invece degli incentivi economici per l'acquisto di lavastoviglie e garantisce la pubblicità per tutte le feste e le sagre che aderiscono al progetto.

8. Pannolini ecologici

Esistono dei nuovi pannolini lavabili, semplici da usare e riutilizzabili. Sono per il 90% in cotone biologico e materiali naturali, si possono lavare anche in lavatrice e comportano un risparmio di oltre il 70% per le famiglie rispetto ai normali pannolini.
L'amministrazione comunale, per far conoscere questa opportunità e promuoverla tra i propri cittadini, ha offerto a 80 famiglie il primo kit-prova e, dopo un'iniziale sperimentazione di 20 giorni, offre un contributo del 50% sull'acquisto del secondo kit di pannolini ecologici.

9. Assorbenti ecologici

La farmacia comunale ha in vendita gli assorbenti ecologici, più volte lavabili e riutilizzabili. Il prodotto è anallergico e facilmente lavabile. Dall'iniziativa deriva anche un importante risparmio economico: è stato calcolato che con gli stessi soldi impiegati per quattro mesi di assorbenti usa e getta è possibile acquistare degli assorbenti ecologici che saranno impiegati nel corso di dieci anni.

10. Mercatino di scambio e riuso

Gli oggetti inutilizzati possono essere utili agli altri. E' questa l'idea che sta alla base del mercatino di scambio e riuso organizzato in una giornata i cui i cittadini lasciano in piazza le cose che non utilizzano più. Queste vengono messe all'asta, vendute, scambiate, regalate o barattate. Tutto ciò che rimane alla fine della giornata è differenziato ed avviato a recupero.

11. Via la plastica da tutte le mense

A seguito della nuova gara delle mense scolastiche e comunali, in tutte le mense scolastiche e comunali sono state inserite le lavastoviglie industriali e introdotti i piatti in coccio, lavabili e riutilizzabili molto più a lungo degli oggetti usa e getta".

L'esperienza di Capannori - lungi dall'esaurirsi ed anzi potenzialmente in continuo sviluppo grazie alla partecipazione attiva di cittadini, associazioni, aziende, operatori economici, enti ed istituzioni sovra comunali - sta lentamente "facendo scuola". Finora sette Comuni in Italia hanno aderito alla strategia "Rifiuti Zero" e molti altri si stanno rendendo conto di quanto sia utile per l'ambiente ed intelligente per la comunità investire risorse per promuovere l'educazione ambientale, informare, sensibilizzare ed incentivare i comportamenti virtuosi. I residenti sono incentivati anche nel portare materiale ingombrante nelle isole ecologiche: il servizio è gratuito, in più si acquisisce un punteggio a seconda della quantità di materiale scaricato. Il tutto si traduce in un assegno alla fine dell'anno. Ognuno ha il suo ruolo, dall'amministrazione al cittadino.
(fonte:www.primapaginamolise.it)
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Fotovoltaico: in dieci anni spazio per 160mila addetti


Diego Biolo, responsabile delle specializzazioni della Business Line Industrial di Adecco Italia. Le proiezioni sia a breve che a lungo termine parlano del settore delle energie rinnovabili come di uno dei più prolifici per il futuro mercato del lavoro.
«È così. Il 2009 sarà con tutta probabilità per il comparto il terzo anno di fila con crescite percentuali a tre cifre, e le analisi di settore stimano per il 2020 in 60mila i lavoratori nell’eolico e oltre 100mila quelli nel fotovoltaico. Le ricerche in atto si concentrano maggiormente in Puglia, Campania, Abruzzo, Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte».
Quando si parla di energie rinnovabili in campo occupazionale, si pensa quasi esclusivamente a ingegneri o tecnici ad altissima specializzazione.
«Questi profili sono certamente tra i più richiesti, e l’offerta presente oggi sul mercato è di gran lunga inferiore alla domanda. Stiamo assistendo infatti a un transito di ingegneri e manager da altri settori industriali verso quello delle energie rinnovabili; che comunque rappresenterà un’occasione per molte persone, anche sprovviste di competenze professionali specifiche».
Perché?
«Molte delle aziende che oggi investono nel settore sono in fase di start-up; e quando si forma un gruppo nuovo sono moltissime le professionalità necessarie: impiegati amministrativi o commerciali, operai generici, addetti ai trasporti, solo per citarne alcune. Per esempio il fotovoltaico necessita soprattutto di installatori e manutentori di pannelli. È una figura specifica del settore, e dalla professionalità acquisibile in relativamente poco tempo».
Come?
«Alcuni gruppi, specialmente quelli di grandi dimensioni, hanno attivato percorsi formativi interni. Un artigiano o un operaio con esperienza nel circuito di assemblaggio elettrico o idraulico riesce a riqualificarsi in breve tempo. Ma anche le agenzie per il lavoro forniscono corsi professionalizzanti ad hoc».
E nel campo eolico?
«Il discorso è un po’ diverso. La ricerca di personale è sempre forte, ma qui sono prevalentemente i grandi gruppi energetici, con divisioni specializzate e personale proprio, a operare nel settore. Del resto per costruire un campo eolico gli investimenti sono ingentissimi e occorre essere abbastanza forti per porsi come interlocutori con le amministrazioni pubbliche».
(fonte:www.ilgiornale.it)
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