
Leggo sui giornali “L’Italia ritorna al nucleare” ed è quasi istintivo cercare nella libreria i canti di Leopardi e sfogliarli per ritrovare “La ginestra”.
Sconfortato dalla contemporaneità vado a cercare conforto in quella grande personalità a cavallo tra i lumi e il romanticismo. Lo sterminator Monte Vesevo, ove “dipinte in queste rive/son dell’umane genti/ le magnifiche sorti e progressive/Qui mira e qui ti specchia/secol superbo e sciocco (…)”. Poesia del 1836, ma è come se fosse oggi.
Carlo Rubbia, che sicuramente sa infinitamente più di me intorno alle questioni riguardanti l’energia nucleare, ritiene un errore strategico investire oggi sulle centrali nucleari.
Per quel che ho letto (ma le mie fonti possono essere parziali o fallaci) l’energia atomica è in via di dismissione in tutte le economie più avanzate. Vi è un problema non risolto di sicurezza , l’uranio è un bene sempre più scarso, le scorie costituiscono un problema non risolto, il decomissioning (lo smantellamento) delle centrali, la cui vita è di qualche decina d’anni, è un costo quasi incalcolabile. Ma l’ottimo Scaiola ci rassicura: il futuro energetico dell’Italia è nel nucleare.
Personalmente mi ritengo un ambientalista di quelli che ragionano, che non dicono no per partito preso. Nel caso del ritorno all’energia atomica, per quelle che sono le mie conoscenze, mi pare semplicemente che stiamo correndo appresso a una chimera. Nei paesi più avanzati non si costruiscono nuove centrali nucleari da vent’anni. Lo si fa in Corea del Nord od in Iran, dove serve per sviluppare armamenti atomici.
Senza furore ideologico, ma sulla base dei parametri del buon senso , tornare a sviluppare in Italia la produzione di energia nucleare è, a mio parere, una pura e semplice follia, una scelta da contrastare senza se e senza ma per la sua carica di assurdità, che ci isola , peraltro, dalle strategie energetiche dei paese avanzati. Il nucleare non è green economy: non basta infatti consultare i tassi di emissione di CO2 per determinare che cosa sia bene e che cosa no. Il nucleare è una scelta che ci riporta indietro.
Con l’approvazione da parte del Parlamento della legge 69/09 il governo ha sei mesi per individuare la caratterizzazione dei siti ove costruire le centrali nucleari italiane. E’ chiaro che Montalto di Castro è in prima linea: sono mesi che si effettuano sopralluoghi per verificarne la fattibilità. Ma non solo: già anni fa, prima che scoppiasse il caso di Scanzano Jonico, l’area tra Canino e Ischia di Castro, a ridosso quindi di Montalto e delle possibile centrale, era stato individuato come uno dei possibili siti per la realizzazione del deposito unico nazionale per lo stoccaggio delle scorie nucleari. A questo proposito è interessante consultare le cartine della densità demografica in Italia: quella è una delle aree meno popolate del Paese.
Ma poiché Montalto di Castro (per la centrale) e Ischia/Canino (per il deposito unico nazionale delle scorie) sono parte della Tuscia, credo che si sia chiamati in prima persona a dire quel che si pensa, Regione Lazio , Provincia di Viterbo, comuni, partiti, associazioni, cittadini, di fronte ad una scelta che si vuole imporre con l’Esercito (quel che è previsto dalla legge, venendo dichiarati i siti di interesse strategico nazionale).
Una mobilitazione delle popolazioni dei nostri territori è inevitabile e indispensabile. Perché il secol nostro non sia “superbo e sciocco”, ma umile e intelligente, faremmo bene a dire di no, rapidamente, con forza, con fermezza.
Valerio De Nardo
(fonte:www.www.tusciaweb.it)
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lunedì 27 luglio 2009
Nucleare, un grosso passo indietro
giovedì 23 luglio 2009
INCHIESTA NUCLEARE: COSTI DI SMALTIMENTO DELLE SCORIE

di Piero Pelizzaro*
Abbiamo visto, negli articoli precedenti, come i costi del nucleare vengono manipolati dai ‘PRO’, per convincere la popolazione ad accettare il rischio di incidenti in nome del risparmio economico. Le sorprese non si limitano ai costi iniziali e alle spese di gestione, anche per lo smaltimento delle scorie e per la completa disattivazione delle centrali ci sono dei lati oscuri che il nostro governo deliberatamente omette.
I costi di smaltimento comprendono tutti i costi per lo smaltimento delle scorie radioattive d’esercizio e degli elementi combustibili esausti dopo la messa fuori servizio di una centrale nucleare. Particolarmente onerosi in termini economici e di emissioni, i costi di trasporto e smaltimento delle scorie radioattive d’esercizio oltre che al trasporto, alla rielaborazione e allo smaltimento degli elementi combustibili esausti. I depositi di queste scorie devono essere osservati per 50 anni, in strati geologici profondi; le cifre e le emissioni di CO2 aumentano ancor di più con la fase progettuale e di costruzione, oltre che d’esercizio, degli impianti di smaltimento. Per il periodo di smaltimento vengono nuovamente stipulate assicurazioni per il rischio di incidenti, terreno fertile per le agenzie del credito.
I costi di disattivazione sono invece tutti i costi, derivanti dalla disattivazione di impianti nucleari. Per la decotanimanazione del territorio e dei materiali smantellati durante le operazioni, ed il loro trasporto ai depositi richiederanno nuove assicurazioni e centinaia di milioni di €. Nel calcolo dei costi non si possono come in precedenza tralasciare i costi che si devono sostenere per l’aumento della CO2.
Se per i costi iniziali e i costi di gestione avevamo visto il vantaggio che il nucleare possiede nell’accesso a prestiti agevolati, nel caso delle spese ‘finali’ e di sicurezza si utilizzano ingenti finanziamenti internazionali. Per i paesi membri dell’UE, esistono i fondi concessi ai governi dalla Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), che amministra il Nuclear Safety Account, e gli stanziamenti per i programmi Phare e Tacis, quest’ultimo creato per i dell’ex-area sovietica. Non vanno dimenticati i prestiti Euratom, esistenti dall’era primordiale delle istituzioni comunitarie. Nuovamente interventi pubblici in un mercato energetico liberalizzato dove gli unici attori dovrebbero essere le aziende private. Difatti le normali procedure prevedono che le centrali nucleari, durante la loro attività, accantonino parte dei guadagni per provvedere alle spese di smantellamento. L’esperienza degli anni passati insegna tuttavia che non sempre le società rendono disponibili i fondi accumulati, lasciando alla collettività l’onere non indifferente di provvedere. Questo anche per i continui errori fatte per le previsioni di dismissione delle centrali, riviste sempre al rialzo. Le società private per per portare a termine lo smaltimento e la disattivazione richiedono, dopo le voci in bolletta, nuovi finanziamenti pubblici per sopperire alla mancanza di capitali. Ancora una volta i costi ricadono sui cittadini, che devono sopperire agli errori e alle menzogne degli attori privati ed istituzionali del mercato, come nel caso italiano della Sogin. A seguito della vittoria referendaria, il compito di smaltire le scorie e la decontaminazione degli impianti ialiani, furono affidati prima all’Enel, poi alla società statale Sogin (società gestione impianti nucleari Spa), ad oggi ancora finanziata con un contributo versato in bolletta Enel da tutti gli italiani. Si è calcolato che dal 1987 al 2001 sono stati spesi oltre 2 miliardi di € per la sicurezza delle centrali nucleari italiane. In base ai dati diffusi dalla Sogin, alla fine del 2006 era stato già speso il 18% in più rispetto al costo preventivato di 4,3 miliardi di euro. Un dato particolatmente preoccupante se consideriamo che lo smaltimento, dopo vent’anni, è appena agli inizi: le scorie sono in fase di trattamento tutt’oggi, e continueremo a pagarle per altre trent’anni. I costi per l’ambiente diventano tuttavia incalcolabili in quanto prima che i rifiuti diventino completamente innocui, vanno posti in sicurezza per almeno cento mila anni, il tempo necessario per il decadimento radioattivo.
Ad oggi abbiamo diversi depositi “provvisori” sparsi per tutta Italia. Secondo i dati diffusi da Greenpeace, a Caorso si trovano 1880 metri cubi di rifiuti radioattivi e 187 tonnellate di combustibile irraggiato, a Latina vi sono stoccati circa 900 metri cubi di scorie radioattive, al Garigliano ne sono stoccate circa 2200 metri cubi, a Saluggia abbiamo oltre 1600 metri cubi di rifiuti radioattivi e 80 tonnellate di combustibile irraggiato. A Rotondella, (in provincia di Matera) sono stoccati circa 2700 metri cubi di scorie e soprattutto quasi due tonnellate di combustibile irraggiato provenienti da una centrale nucleare statunitense. A Bosco Marengo (Alessandria) sono stoccati circa 250 metri cubi di rifiuti radioattivi, mentre sono più di 6300 i metri cubi di rifiuti al deposito della Casaccia, in provincia di Roma. Ci sono 1000 metri cubi di scorie radioattive in provincia di Taranto, mentre a Trino Vercellese troviamo 780 metri cubi di rifiuti e 14 tonnellate di combustibile irraggiato, infine sono depositati 3000 metri cubi di materiale radioattivo ed alcune decine di elementi di combustibile irraggiato a Varese. Resta ancora però totalmente indeterminato il destino delle 253 tonnellate di scorie in corso di trattamento in Francia (costo 1.000 €/kg), che dovranno inderogabilmente tornare nel nostro paese entro il 2025.
Con l’approvazione del DDL Sicurezza-Nucleare, si aggiungono quindi altri costi di smaltimento: per la costruzione dei quattro nuovi reattori nucleari voluti da Berlusconi, che costeranno all’Italia 24 miliardi di euro, si prevedono circa altri 6 miliaridi di € solamente per il deposito delle scorie. Ulteriori capitali che lo Stato del “Re Nano” dovrà ingegnarsi di trovare, magari creando qualche altra nuova tassa occulta.
*Sinistra e Libertà - Unire la Sinistra
(fonte:www.sinistraeliberta.it)
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martedì 21 luglio 2009
Ogm e agricoltura, connubio impossibile

La diffusione degli organismi geneticamente modificati appartiene ad un modello di produzione agricola antitetico rispetto a quello italiano. E’ quanto ribadito dalla Coldiretti in occasione dell’Audizione al Senato del 2 luglio scorso, avente come oggetto un indagine conoscitiva sugli Ogm.
L’agricoltura italiana, infatti, non ha nulla da guadagnare dall’introduzione del, transgenico perché coltivare questo tipo di piante significa mettersi in concorrenza con forme di agricoltura diverse, caratterizzate da aziende agricole di grandi dimensioni, connotate da costi di produzione bassi, nessuna limitazione nell’uso di concimi e di antiparassitari, uso di manodopera a basso costo ed assenza di tutele sociali.
Il modello produttivo che va associato agli Ogm, infatti, non può conciliarsi con la qualità delle produzioni, né si raccorda con lo sviluppo sostenibile e tantomeno è orientato a preservare l’identità culturale, economica, sociale e professionale di un territorio.
Con ogni probabilità, gli unici in grado di guadagnare dalle applicazioni Ogm sarebbero i produttori di beni alimentari di scarsa qualità e ottenuti a basso costo, produzioni con cui la nostra agricoltura non può competere sul mercato globale, avendo preferito, da tempo, una strategia di competitività basata sulla qualità.
E, per il momento, il consumatore ha deciso che l’alimento di qualità non è certo quello transgenico.
Il mercato ha già bocciato gli Ogm, giudicandoli come il prodotto di una tecnologia inaffidabile, pericolosa per l’ambiente e la salute, oltre che diseconomica, se non per chi ne detiene i brevetti.
E’ chiaro, infatti, come il consumatore non abbia ottenuto finora alcun vantaggio dagli Ogm, in quanto ai fini nutrizionali questi non comportano nessun beneficio rispetto a quelli non modificati.
Anzi, la perdita di variabilità qualitativa determina una modificazione e una omologazione dei gusti del consumatore, che rischia di non essere più in grado di distinguere i sapori tradizionali dai sapori tecnologici (ad ulteriore dimostrazione della chiara tendenza del consumatore europeo va segnalata, ad esempio, l’ostinazione delle imprese cinesi a vendere i pomodori in Europa dichiararandoli a tutti gli effetti liberi da Ogm).
Nella partita Ogm, come in numerose altre, gli interessi dei produttori vengono a coincidere, quindi, con quelli dei consumatori e appare necessario consolidare una alleanza che rappresenti un forte momento di confronto e di incontro per garantire una alimentazione sana, territoriale e di qualità.
E’ infatti fin troppo evidente che il modello produttivo cui appare orientato l’impiego di Ogm sia il grande nemico della tipicità e il grande alleato dell’omologazione.
La più importante considerazione in questo senso riguarda, pertanto, gli effetti riconducili all’impiego degli Ogm nella politica di valorizzazione del made in Italy agroalimentare. Gli Ogm, infatti, svincolano gli alimenti dalle condizioni ambientali e, quindi, di fatto, spingono alla delocalizzazione e alla perdita di ogni legame con il territorio.
Da queste considerazioni emergono allora alcuni legittimi interrogativi: per quale motivo il nostro Paese dovrebbe aprire al transgenico se il consumatore non lo vuole? Perché la nostra agricoltura dovrebbe abbandonare una strategia sicura, basata sulla qualità, sulla tracciabilità e sulla sicurezza alimentare, per far posto a una produzione anonima e indifferenziata? Perché mai, in un’ottica di sicurezza alimentare, dovremmo adattarci a coltivare prodotti non ancora sicuri per la salute umana e per l’ambiente? In sostanza, perché dunque dovremmo rinunciare a produrre ciò che il mercato più apprezza e più ricerca?
L’audizione di Coldiretti al Senato si è conclusa con l’auspicio che la strategia nazionale sul tema della coesistenza tra le forme di agricoltura transgenica, convenzionale e biologica esca dall’impasse attuale. Infatti, come sottolineato più volte anche dalla stessa Commissione europea (nella Comunicazione 153 del 2 aprile 2009), la normativa sulla coesistenza è ancora tutt’altro che definita.
A ciò si aggiunga che sulle “Linee Guida per le normative regionali di coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate” approvate nel 2007 dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome non è stata ancora raggiunta l’intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni.
E’ opinione di Coldiretti che, al fine di poter assicurare la effettiva coesistenza, queste linee guida vadano al più presto definite escludendo il rischio di qualsiasi contaminazione e prevedendo la messa a punto di misure da applicare ad una scala riferibile ad ambiti geografici particolari e, cioè, aree agricole omogenee, da individuarsi su base regionale.
Non può, infatti, esservi vera coesistenza, né può essere garantito che nessuna forma di agricoltura sia esclusa dal territorio, se alle Regioni non venga data facoltà di adottare tutte le misure che ritengono necessarie, fino a dichiarare l’intero territorio libero da Ogm. Solo così, tra l’altro, è possibile assicurare il rispetto del diritto di scelta del consumatore.
f.r.
(fonte:www.savonanews.it)
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lunedì 20 luglio 2009
OGM: Ma chi lo vuole un Gelato che non si scioglie?
Chi è disposto a mangiare qualche cosa di cui non conosce gli effetti collaterali? Chi rinuncierebbe alla genuinità degli ingredienti, alla tradizione della gelateria artigianale? Chi è pronto a rinunciare alla propria sicurezza alimentare in cambio di una assurda comodità, perdendo il gusto della tradizionale leccata perché il gelato non goccioli? Ma chi vuole un gelato OGM?
Questi gli interrogativi che da ieri stanno assillando i gelatieri di Confartigianato Marca Trevigiana che da anni stanno conducendo una campagna di promozione e sensibilizzazione della popolazione al consumo del vero gelato artigianale, quello fatto con latte, uova,. zucchero, frutta e ingredienti genuini provenienti dal territorio di assoluta qualità.
L'allarme parte dalla decisione della Commissione Europea che ha dato il via libera alla produzione del gelato che non si scioglie.
Tutto scaturisce dalla richiesta della multinazionale Unilever, che controlla il 40% del mercato del gelato in Italia, di introdurre tra gli ingredienti che si possono utilizzare per prepare il gelato, una proteina ricavata partendo dal merluzzo artico e riprodotta in laboratorio mediante la fermentazione di un lievito geneticamente modificato, che consente al prodotto di resistere alle elevate temperature senza sciogliersi.
Dalla prossima estate il rischio che corrono gli amanti del gelato è quello di consumare un gelato sintetico, che di sicuro perderà la caratteristica dell'artigianalità.
Questa decisione sembra andare contro la tendenza che in questi anni ha visto aumentare il consumo consapevole da parte del pubblico di gelato artigianale, con una riscoperta per i gusti classici ottenuti partendo da materie prime di provenienza certa e di elevata qualità senza aggiunta di additivi o di conservanti artificiali.
Il consumatore fortunatamente ha sviluppato un'attenzione alla propria sicurezza alimentare ricercando prodotti che gli possano dare delle certezze in merito alla genuinità di ciò che sta consumando.
Solo la tradizione alimentare artigiana è in grado di dare risposte certe a queste richieste garantendo un prodotto dall'etichetta trasparente rigorosamente NO OGM.
L'invito che la categoria rivolge a tutti gli amanti del vero gelato, è quello di controllare con attenzione gli ingredienti di ciò che stanno per acquistare, rifiutando quei prodottio che adotteranno questa proteina Isp.
di Giuseppe Zamparo, presidente dei gelatieri di Confartigianato Marca Trevigiana
Il settore delle gelaterie artigiane è in buona salute.
Le gelaterie artigiane, nel 2008, erano oltre 35.300 con 90.300 addetti circa. Realizzano il 56% della produzione nazionale, con un fatturato annuo di 3 miliardi di euro.
Tra il IV trimestre 2004 e il IV trimestre 2008, le gelaterie artigiane in Italia sono aumentate di 2.884 unità (+8,8%), con un picco nel Lazio dove sono cresciute di 330 unità (+12,4%).
Per quanto riguarda gli addetti delle gelaterie, in Italia sono aumentati 7.547 unità (+9,1%), mentre nel Lazio l'aumento è stato di 847 unità (+13%).
A sorpresa sono le regioni del Nord a detenere il record della presenza di gelaterie: la regione con la maggiore diffusione è la Lombardia (con 5.848 imprese), seguita dal Veneto (3.441 imprese) e dall'Emilia Romagna (3.201 imprese). In provincie di Treviso si contano oltre 200 imprese dedite esclusivamente all'attività di produzione di gelato artigianale che contano circa 500 addetti.
Mentre al Centro-Nord se ne acquista un po' tutto l'anno - con maggiori consumi in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna - al Sud si preferisce gustarlo soprattutto in estate.
Quanto ai consumi, le famiglie italiane spendono in un anno 1,8 miliardi di € in gelati, di cui 948,9 milioni in gelati artigianali, pari a 79 euro per famiglia.
Oltre la metà dei consumi di gelati (53,5%) si concentra nel Nord: il 31,9% del consumo è determinato da famiglie del Nord Ovest e il 21,6% da famiglie del Nord Est. Al Mezzogiorno appartiene il 28,3% dei consumi e nel Centro troviamo il rimanente 18,1%.
I dati confermano che il gelato non è più solamente un piacere estivo. Per oltre il 40% degli italiani il gelato si è confermato in tutte le stagioni, un ottimo sostituto del pasto principale.La tendenza emerge da un sondaggio realizzato su un campione di 900 gelaterie italiane. Per il restante 60% dei consumatori il gelato rimane un elemento di gratificazione gustato soprattutto nel pomeriggio e anche a cena.
Per quanto riguarda i gusti gli italiani rimangono fedeli alle miscele classiche. Sono affezionati ai gusti semplici come: crema, cioccolato, nocciola, fragola, e sono sempre più attenti a soddisfare particolari esigenze dietetiche o legate a intolleranze alimentari.
(fonte:www.viniesapori.net)
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giovedì 16 luglio 2009
centrali nucleari realizzate in siti militari

Nucleare, Regioni in rivolta Dal governo un piano militare
di Simone Collini
Il nucleare sarà pure a scopo civile, ma le nuove centrali saranno realizzate in siti militari. E del resto il governo non potrebbe fare altrimenti, visto che praticamente tutte le Regioni italiane hanno già fatto sapere che non intendono ospitare un reattore.
Così, quattro giorni dopo che il Senato ha approvato definitivamente la legge che riapre al nucleare, da un lato il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si affretta a dire che «sono prematuri i tempi per ipotizzare i siti» dove verranno costruite le centrali, e «prematuri» rimarranno fino alle regionali del 2010, per evidenti motivi. Dall’altro, di fronte al "niet" di governatori sia di centrosinistra che di centrodestra, il governo sta lavorando per sottrarre i siti che verranno scelti al controllo non solo delle Autonomie locali, ma anche di Parlamento e magistratura.
IL NO DELLE REGIONI
Solo così il governo può riuscire a imporre la politica del ritorno al nucleare. Il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola sostiene che oggi molti enti locali sono pronti ad accogliere centrali sul loro territorio, ma chi siano questi fantomatici volontari è un mistero che dura da un bel po’ di tempo. Si sa invece che il governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani, che ricopre anche il ruolo di presidente della Conferenza delle regioni, critica duramente il governo perché «ha imboccato una strada sbagliata e procede in modo unilaterale».
Posizione analoga per Mercedes Bresso, Piemonte: «Si tratta di un errore da ogni punto di vista, strategico, economico, della sicurezza». Due no che pesano doppiamente, visto che tra le ipotesi su cui sta ragionando il governo per risolvere in un colpo solo sia il problema delle autorizzazioni che quello dello smantellamento dei vecchi impianti, c’è quella di installare i nuovi reattori proprio nei siti delle centrali che dopo il referendum dell’87 sono state lasciate a girare a basso regime, a cominciare da Caorso (che si trova nella prima regione) e Trino Vercellese (seconda). Ma pesanti no arrivano anche dalla Toscana («contrarissimo» si dice Claudio Martini), dal Lazio («il futuro è nelle tecnologie pulite», sostiene Piero Marrazzo), dalla Basilicata («scelta inopinosa e avventurata» è per Vito De Filippo quella del governo), dalla Puglia («dovranno venire con i carri armati», promette Nichi Vendola).
Tutte voci di centrosinistra e quindi a rischio passaggio di testimone nel 2010? Il fatto è che anche dal centrodestra stanno arrivando secchi rifiuti. Bisognerà vedere se alle parole seguiranno i fatti, ma intanto il presidente della Sardegna Ugo Cappellacci sostiene che «dovrebbero passare sul mio corpo» per installare un reattore sull’isola e quello dell’Abruzzo Gianni Chiodi fa notare che la sua terra non è «idonea per le sue caratteristiche morfologiche e sismiche a ospitare un sito».
SITI MILITARI
E allora si spiega perché il governo stia preparando una exit strategy ricorrendo all’aiuto dei militari. Ora che è diventato legge il ddl Sviluppo, contenente il ritorno al nucleare, può ripartire un altro disegno di legge che non casualmente finora è stato tenuto fermo in commissione Difesa al Senato. Si tratta di un provvedimento che prevede la creazione di una società di diritto pubblico denominata Difesa Servizi Spa.
Il combinato disposto delle due norme consentirebbe la creazione di centrali in siti militari, visto che ora la Difesa può utilizzarli «con la finalità di installare impianti energetici destinati al miglioramento del quadro di approvvigionamento strategico dell’energia». E per farlo il ministero, una volta approvato il secondo ddl, «può stipulare accordi con imprese a partecipazione pubblica». Proprio come la Difesa Servizi Spa. A quel punto, le centrali nucleari sarebbero fuori dal controllo di altre autorità, protette dietro il cartello «Zona militare».
(fonte:www.unita.it)
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giovedì 9 luglio 2009
Con il nucleare, ritorno alla preistoria

Il centrodestra approva in Senato la legge che riporta il nucleare in Italia. Francescato: "Mentre il G8 discute di tagli ai gas serra, Berlusconi affossa rinnovabili e risparmio energetico".
Protesta Legambiente
Roma - Via libera in Senato al ddl sviluppo che segna il ritorno dell'Italia al nucleare. Il provvedimento, in quarta lettura, è stato approvato dal centrodestra in via definitiva e quindi diventa legge. I voti a favore sono stati 154, i contrari 1, e gli astenuti 1. L'opposizione non ha partecipato al voto nel tentativo di far mancare il numero legale.
"Il ritorno al nucleare e' una vera e propria follia sia dal punto di vista ambientale che Economico", ha commentato Grazia Francescato, portavoce dei Verdi ed esponente di Sinistra e Libertà. Proprio mentre tutti i leader mondiali affrontano L'Aquila la questione dei cambiamenti climatici, "l'Italia di Silvio Berlusconi sceglie di affossare la ricerca e la promozione delle fonti energetiche rinnovabili e dell'efficienza energetica scegliendo un salto nel passato pericoloso, radioattivo e che porta con se' il rischio della proliferazione a scopi militari".
Angelo Bonelli, ex capogruppo dei Verdi alla Camera, ricorda "la pericolosa avventura del nucleare che altri paesi industrializzati hanno abbandonato o fermato, come Germania, Usa, Olanda, Spagna. Il piano nucleare di Berlusconi portera' ad una spesa di 20 miliardi di euro che sara' pagata dagli italiani con la bolletta elettrica; tutti i programmi nucleari infatti si reggono con i finanziamenti statali, accadde in Francia come negli Usa"
Dura anche Legambiente: ''Con grande soddisfazione questo governo oggi plaude a se stesso per aver raggiunto un antico obiettivo: tornare alla preistoria energetica e spendere soldi in grandiose e fragili cattedrali per la produzione di energia nucleare di terza generazione''.
Una tecnologia, quella voluta dall'Italia sul nucleare ''che Barak Obama - continua Legambiente - si e' rifiutato di finanziare perche' inquinante e insicura''. Ma non e' solo il governo americano a frenare la diffusione dell'atomo. ''Addirittura il cancelliere tedesco Angela Merkel - sottolinea Legambiente - ha dichiarato di non volere nuovi impianti nucleari in Germania specificando che la produzione attuale puo' essere considerata solo un mezzo in attesa di una idonea ed efficiente diffusione di tecnologie rinnovabili''.
''Tutte le economie piu' avanzate - sottolinea Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente - hanno scelto di investire in fonti rinnovabili ed energia pulita per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti, ma anche per risolvere i problemi della sicurezza e dello smaltimento delle scorie oltre che dell'approvvigionamento della materia prima (scarsa e costosa) necessaria alla fissione''.
(fonte:www.verdi.it)
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martedì 7 luglio 2009
G8: NEL FUTURO LAVORO GREEN
ANSA) - ROMA, 7 LUG - Il futuro dell'occupazione e' green: nei paesi del G8 al 2030 le previsioni parlano di 2,1 milioni di posti dalla rivoluzione energetica tutta esclusivamente con il marchio eco, oltre un milione di posti potranno essere gia' garantiti al 2020 nel solo settore rinnovabili. Nucleare e carbone, invece, ''non apriranno le porte al lavoro''.
In Italia oltre 250mila i posti di lavoro al 2020 nel settore elettrico ed efficienza energetica con un investimento annuo di 8 miliardi di euro all'anno. Alla vigilia del G8 a L'Aquila, Greenpeace lancia in anteprima i risultati del suo nuovo rapporto ''Powering G8 Job Creations'': come creare posti di lavoro proteggendo il clima. ''Un chiaro messaggio ai Governi del G8 affinche' affrontino i cambiamenti climatici creando occupazione e investendo in energie pulite'', afferma Greenpeace. ''La crisi climatica e quella economica vanno affrontate insieme - afferma Andrea Lepore, della campagna clima di Greenpeace - investire in energie rinnovabili e in efficienza e' la soluzione per salvare il clima, creare occupazione e rilanciare l'economia''. ''L'Italia abbandoni il carbone e dimentichi le false soluzioni come il nucleare - conclude Lepore - la crisi economica deve trasformarsi per l'Italia in un'opportunita'''. Ecco gli scenari green anti-disoccupazione nei paesi del G8 e in Italia: - POSTI LAVORO PAESI G8 IN RINNOVABILI ED EFFICIENZA ENERGETICA: Entro il 2020 oltre un milione di nuovi posti di lavoro nelle rinnovabili, 460mila piu' di quanti ne sarebbero stati creati continuando a investire in energie convenzionali, e saranno ridotte le emissioni di CO2 dal settore dell'energia del 50% entro il 2030. Entro il 2030, investendo in efficienza energetica e rinnovabili si creerebbero circa 2.1 milioni di posti di lavoro, 650mila in piu' rispetto alle energie tradizionali. Di questi, oltre 1 milione e 800 mila posti di lavoro sarebbero creati nel settore delle energie rinnovabili, circa 1 milione in piu' rispetto all'andamento tendenziale, compensando i 394mila posti di lavoro persi nel settore delle energie da fonti fossili e da nucleare; - TREND A CONFRONTO: Se i Paesi del G8 non modificassero le loro scelte, i posti di lavoro si fermerebbero tra 1,4 e 1,5 milioni nel periodo compreso tra il 2010 e il 2030. - ITALIA: possono essere creati oltre 250.000 nuovi posti di lavoro considerando il solo settore elettrico entro il 2020. Per raggiungere questi livelli occupazionali occorre un investimento medio di 8 miliardi di euro all'anno fino al 2020. In particolare per le rinnovabili di parla di 66.000 posti nell' eolico (considerando un potenziale di 16 GW) con Puglia e Campania in testa con rispettivamente 11.714 e 8.738 occupati nel settore del vento al 2020. Per il fotovoltaico 87.000 occupati e per il solare termico 66.000 posti di lavoro. Sul fronte efficienza energetica 60.000 i nuovi posti di lavoro con un taglio di 50 milioni di tonnellate di CO2 rispetto allo scenario tendenziale.(ANSA). GU
(fonte:www.ansa.it)
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